Notizia del dalla Redazione di Liquida
"Liberalizziamo il mercato del doping"
La proposta shock arriva da uno scienziato di Oxford che si occupa di bioetica
© Getty Images
Legalizzare il doping, rendere controllata la somministrazione di farmaci capaci di migliorare le prestazioni degli atleti. Alla vigilia dei Giochi di Londra, e dopo l'ennesimo arresto di un corridore al Tour de France legato all'utilizzo di sostanze proibite, dalla Germania arriva una proposta shock. A formularla è il bio-eticista dell'Università di Oxford Julian Savulescu, intervistato dal settimanale tedesco Spiegel. A suo avviso la soluzione migliore sarebbe liberalizzare il mercato del doping, solo così si potrebbeero rendere le competizioni più leali ed addirittura tutelare al meglio la salute degli atleti.
"La guerra al doping - spiega lo studioso allo Spiegel - è destinata a fallire, perché l'incentivo per gli atleti è troppo alto. Il profitto potenziale è elevatissimo, e la probabilità di essere beccati è relativamente ridotta e fondamentalmente gira intorno ai soldi". Infatti, prosegue Savulescu, "i team più ricchi possono ottenere le soluzioni più avanzate in termini di difficoltà a sfuggire ai controlli. Gli altri no, per questo a perderci sono soprattutto gli atleti onesti, costretti a non poter competere".
Quando l'intervistatore fa notare che per uno scienziato che si occupa di etica è quantomeno bizzarro sostenere che qualcosa di illegale andrebbe liberalizzato solo perché la maggioranza lo fa, Savulescu non si scompone. "Il mio campo è quello dell'etica pratica. È giusto sostenere che tutti gli sport dovrebbero essere liberati dal doping. Ma non è realistico. Per questo dobbiamo ricorrere ad un'altra opzione". Liberalizzare il mercato, appunto.
Nel pensiero del ricercatore di Oxford questo non vorrebbe dire mettere in pericolo la salute degli atleti. Tutto si svolgerebbe infatti sotto la supervisione dei medici, e ad essere ammesse dovrebbero essere esclusivamente sostanze per le quali non sono provati effetti nocivi. Un grado zero del rischio non è comunque pensabile, ammette Savulescu, "ma gli sport sono sempre pericolosi. Chi corre su lunghe distanze rischia sempre l'infarto quando si allena in altitudine, i pugili rischiano gravi danni celebrali, i ciclisti si espongono a gravi infortuni quando scendono a 70 km all'ora dalle montagne. In tutti questi casi si tratta di danni più importanti di quelli connessi all'uso di sostanze dopanti".
Come fare a trovare medici disposti a prescrivere sostanze potenzialmente dannose? Per il bio-eticista questo è un falso problema, che ha a che fare con gli obblighi professionali. Per spiegare questo passaggio del suo pensiero Savulescu si serve di un paragone azzardato, quello con l'aborto. "Penso che proteggere la salute degli atleti faccia parte del dovere di un medico, per questo dovrebbero rendersi disponibili, anche se nel loro privato non sono d'accordo". "La gravidanza non è una malattia, e l'aborto non è una terapia. Solo una ristretta percentuale di aborti avviene per motivi di salute, la grande maggioranza è piuttosto legato a questioni sociali".
In ogni caso il mercato libero del doping immaginato da Savulescu non è privo di regole. Niente sostanze performanti ai bambini innanzitutto, messa al bando di quelle per le quali è provata la particolare nocività e di quelle che per loro natura alterano in maniera definitiva lo svolgimento di una competizione (come ad esempio l'utilizzo nel pugilato di farmaci capaci di sopprimere il dolore). Via libera quindi a EPO, beta-bloccanti, ormoni della crescita e steroidi. "Lo sport continuerebbe a dipendere in maniera sostanziale sui punti di forza (o di debolezza) dell'uomo: - assicura lo scienziato - determinazione, coraggio, tenacia e forza di volontà".
Una battaglia contro i mulini a vento? Niente di più lontano dalla verità secondo Savulescu. "Ci sono due modi di utilizzare l'etica - spiega al sempre più attonito intervistatore - uno è quello che chiamo il modello dell'evangelizzazione missionaria, consistente nel cercare di convincere il mondo di quello che consideriamo buono e giusto. La mia è piuttosto una visione razionalista, cerco di offrire elementi che promuovano il dibattito pubblico. Forse un giorno le cose cambieranno".